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Sulla Scrittura: storie e meteoriti

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C’è una storia che Roberto Cotroneo racconta sempre a chi frequenta i suoi corsi di scrittura. Lui dice: se foste sicuri che entro un mese la Terra sarà distrutta da un meteorite, continuereste a scrivere le vostre storie? A questa domanda molti allievi rispondono ‘sì’. Ma è una bugia.

Perché nessuno scriverebbe nulla, spiega Cotroneo, se sapesse con evidente certezza che presto non ci sarà più un potenziale pubblico di lettori a disposizione. Scrivere, aggiunge, è una forma di comunicazione, non di solitudine. Si scrive sempre per raccontare qualcosa a qualcuno.

Anche i romanzi chiusi nei classici ‘cassetti’ sono lì solo parcheggiati, perché sperano un giorno di essere pubblicati o almeno sfogliati da qualcuno. C’è in ognuno di noi, in tutti coloro che scrivono storie, un bisogno di comunicazione che è spesso ulteriore e più profondo rispetto al semplice talento letterario, e che anzi ‘ribolle’ a prescindere dal questo talento, che ci sia o meno. Conta soprattutto quel bisogno di comunicazione, conta la necessità di uscire da uno stato di fattivo o potenziale isolamento. La letteratura, in fondo, al netto di tanta retorica, è una specie di ponte che da millenni gli uomini si lanciano l’un l’altro per non cadere nell’abisso della solitudine, per andare oltre la propria singola esistenza e sentirsi, percepirsi in comunione con altre donne e uomini.

La scrittura ha questo pregio in più: promette persino di essere ulteriore all’esistenza fisica, promette di scardinare il tempo e slanciarsi in direzione delle generazioni future. Una sorta di salvezza ‘comunicativa’ alla portata degli uomini capaci di raccontare storie o scrivere versi. Per questo oggi spaventa il fatto che i lettori diminuiscano. Non perché questo ‘bruci’ il talento, ma perché vengono a mancare pian piano i terminali essenziali di ogni fatica letteraria. È come se, riprendendo Cotroneo, fossimo sempre più certi che una meteora stia progressivamente colpendo la terra, non di colpo, ma come fosse una disastro a lenta combustione pur egualmente fatale.

Il fantasma della fine dei lettori si starebbe materializzando nei numeri Istat che raccontano (una storia anche questa, in fondo!) la lenta scomparsa del lettore, la sua riduzione a enclave culturale. Eppure, dicono tutti che aumenta, comunque, il numero di chi scrive, o tenta di farlo. Gli scrittori sopravanzano i lettori. Ciò potrebbe indurci a pensare che la legge di Cotroneo non funzioni, che si scrive comunque, pur se l’orizzonte è contrassegnato dalla lenta ma inesorabile scomparsa di un destinatario.

Ma non è così. Ogni ‘scrittore’ in fondo confida nell’esistenza di almeno un lettore. Di uno solo, qualsiasi esso sia. È già sufficiente a motivare la fatica della pagina. Perché anche un filo sottile può garantire un colloquio, se il messaggio ha un senso. E poi oggi ci sono altri strumenti ad assicurare che le storie si diffondano: la rete, i media in genere, l’oralità di ritorno dei social network, oltre alla tv. Anche la politica e l’impresa sono diventate un raccontar storie, sono storytelling.

La forma della narrazione si sta impossessando del nostro tessuto linguistico e culturale, confermando una tradizione lunga quanto la storia delle civiltà. Sono storie quelle che sentiamo circolare, che passano di bocca in bocca, che prendono forma nei serial TV e nei film. Storie, coi loro conflitti e i loro protagonisti. Anche se la disaffezione del lettore tradizionale, l’allontanamento dalla carta, qualcosa ci dice. Ossia che cambiano le forme, i linguaggi, i contesti, i ritmi in cui noi raccontiamo storie. Così che la scrittura tradizionale assicura specifiche modalità di accesso e di partecipazione alla narrazione, a cui oggi si affiancano altre modalità tecnico-artistiche.

La silenziosa concentrazione del lettore, la sua competenza linguistica, i tempi lunghi, il lento dipanarsi delle parole, sono condizioni che il modernissimo serial tv ha riformulato quasi del tutto. La storia che prorompe da un format televisivo è fulminea, esorbitante, adrenalinica. Il mezzo esige una specie di corto circuito, l’immagine spinge alla identificazione, la riflessione è un breve lasso tra un colpo di scena e un altro, tra tensioni che salgono e si sciolgono a colpi di pixel tv. Guai a fermarsi, a chiedere una riflessione: i ritmi non lo concedono. Guai pure a immaginare un futuro: in tv è tutto presente, un’esplosione di ‘qui e ora’.

La ‘lettura’ diventa altra cosa, e si riposiziona oltre il paradigma della carta. E diversa diventa pure la scrittura. Sono sempre storie, ma la sostanza, la percezione, i ritmi, la consistenza sono altri. Mentre una sola cosa permane, proprio l’idea iniziale: si scrivono romanzi, film, serial perché ci sia un pubblico, per comunicare, per non essere soli, perché non ci si possa mai sentire soli. Alla scrittura e a tutte le sue forme si chiede sempre, in fondo, la stessa cosa. Non concepisco tv accese senza nessuno davanti, film in sale vuote, né libri senza lettori. E dei meteoriti chissenefrega

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